Set 24, 2009 nbaggio

L’innovatore? E’ un ribelle, uno che non rispetta l’autorità

Paolo DarioL’innovatore è un ribelle, è uno che non rispetta l’autorità. Può piacere o non piacere, ma è così e questo va detto”. Parla Paolo Dario, uno dei più noti robotici italiani, professore di robotica biomedica alla Scuola Sant’Anna di Pisa e presso la Waseda University di Tokio, le due Università che nel 2008 hanno collaborato per stabilire il nuovo record mondiale di trasmissione ottica senza fili: 1.2 Terabit/s. Paolo Dario è stato a Praga per la conferenza FET (Aprile 2009): Future and Emerging Technologies, evento organizzato dalla Commissione Europea che lancerà a partire dal 2013 due FET flagship, programmi di durata decennale e di finanziamento dell’ordine di 500 milioni di euro all’anno. La Commissione ha finanziato la ricerca multidisciplinare sulle tecnologie informatiche del futuro, nell’ambito del suo programma generale di ricerca, per un totale di 1285 milioni di euro dal 1994.

Paolo Dario è lui stesso un ribelle e ritiene che questa ribellione debba essere organizzata e strutturata.

“L’innovazione la fanno gli innovatori, non le macchine. Il problema è come educare gli innovatori”. FET  è l’ambito dove – ritiene Dario – meglio si trovano e ricorda che ben tre scienziati che hanno operato in progetti in ambito FET hanno vinto il Premio Nobel per la fisica, conferito nel 2007 a Albert Fert (Francia) e Peter Grünberg (Germania) e nel 2005 a Theodor Hänsch (Germania).

Secondo Dario la figura dell’ingegnere dovrebbe essere considerata non più come quella di un progettista e manager, ma come un inventore e imprenditore. Sarebbe un cambio di paradigma totale. L’industria è piena di innovatori, ma i manager dovrebbero lasciare spazio all’innovazione a basso livello. “In Italia la moda e la piccola industria sono dei modelli interessantissimi di innovazione continua e sono una fucina di nuove capacità”. Il non accontentarsi e l’inquietudine del non star bene al mondo in cui si vive sono i motori che muovono chi guarda al futuro.

“In Italia ci sono tantissimi innovatori, ma fino a quando non si capirà che la meritocrazia è un concetto basilare, il nostro destino resta quello di essere un Paese cameriere degli altri e  porteremo i vassoi davanti alle opere create con merito dai nostri padri”.

Dopo l’ubriacatura di finanza allegra è necessario tornare alle basi che sono: il saper fare e i principi etici. Una nuova visione scientifica in cui si cerchi di esplorare frontiere tenendo presenti e premiando di fatto i talenti, dovunque essi siano: giovani, donne, anziani. Tutti insieme.

Con Internet non ci sono più talenti nascosti perché oramai si è messi a nudo. Anche i ragazzi possono scoprire quali sono i maestri più adatti. Si devono rompere le barriere tradizionali e aprire nuove strade dove le industrie con orizzonti temporali più brevi potranno trovare i fondi per abbeverarsi e trovare quello di cui hanno bisogno per crescere.

Il problema grosso oggi è che le idee che nascono dalla piccola officina non hanno più spazio perché il mondo è pieno di idee, quindi occorre l’innovazione di alto livello basata sulla conoscenza scientifica. “Siamo un paese pieno di cattivi maestri in tutti i settori e i ragazzi devono stare attenti. I Lucignolo della situazione fomentano e incoraggiano la mente improduttiva o non sono capaci di indicare soluzioni produttive e costruttive. Questi personaggi andrebbero evitati accuratamente”.

La sfida vera per il Paese è produrre tanti innovatori che sono principalmente i dottori di ricerca e l’Italia è un paese che ne ha paura per vari motivi: i professori universitari non hanno saputo per anni cosa fosse il dottore di ricerca e spesso era un loro clone che sapeva tantissimo di pochissimo. In questo modo si espone il dottorando a difficoltà gravissime per trovare una collocazione. C’è bisogno di dottori con una visione ampia e che possano trovare tantissimo mercato. Devono possedere le caratteristiche di cui le industrie hanno bisogno. Non c’è bisogno di sotto-laureati per competere sul mercato, ma di super-laureati. L’industria vuole persone brave, capaci, competenti, ma anche con una visione esposta alla competizione internazionale. “Ci sono decine e decine di giovani italiani stimatissimi che riscuotono successo. Solo nel nostro laboratorio stiamo cercando 20 persone. I soldi  ci sono nella ricerca e anche per le industrie”. Non ci sono le sovvenzioni e meno male quando non sono veramente necessarie. Per chi vuole investire veramente, per chi vuole innovare veramente, sia a livello nazionale che a livello europeo, e per i giovani che hanno la determinazione, la capacità e l’ambizione di fare bene, le opportunità ci sono, anche nel nostro Paese.

Fonte: Articolo di Giovanni De Paola apparso su Wired.it

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L'autore di questo articolo è Nicola Scarabaggio alias nbaggio, si occupa di marketing digitale fin dai primordi dell'internet. Ha i capelli bianchi e un po' di esperienza ma essendo troppo concentrato sul fare non vuole insegnar nulla a nessuno.

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