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	<title>Strategie di Sviluppo &#187; Strategie</title>
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	<description>Idee e Progetti per lo Sviluppo e l&#039;Innovazione</description>
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		<title>Social media, la nuova rivoluzione del web</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 11:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Social Media stanno rivoluzionando il modo di comunicare e diffondere contenuti nel web e diventano una nuova leva del marketing strategico ed operativo delle imprese. Il posizionamento nei motori di ricerca non basta più. Deve essere affiancato a una strategia vincente e a una presenza dell&#8217;impresa nei Social Media, dove si forma la vera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-183" href="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2010/06/social-media.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-183" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 2px;" title="social-media" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2010/06/social-media.jpg" alt="" width="337" height="231" /></a>I <strong>Social Media</strong> stanno rivoluzionando il modo di comunicare e diffondere contenuti nel web e diventano una nuova leva del marketing strategico ed operativo delle imprese. Il posizionamento nei motori di ricerca non basta più. Deve essere affiancato a una strategia vincente e a una presenza dell&#8217;impresa nei Social Media, dove si forma la vera opinione dei clienti sulla qualità di un prodotto o di un servizio. I &#8220;protagonisti&#8221; principali di questa nuova rivoluzione sono <strong>Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Digg</strong> e, più in generale siti web di forum e gruppi, social network, microblogging, photo sharing, social news. Sull&#8217;argomento suggeriamo la visione di un video &#8211; che è anche una ottima dimostrazione di come si può diffondere nel web un messaggio utilizzando uno di questi nuovi strumenti (Youtube) &#8211; prodotto dal <a href="http://socialnomics.net/" target="_blank"><strong>Blog Socialnomics</strong></a> e tradotto in italiano da una agenzia di comunicazione e marketing.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/XLgM1UAiRXU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;hd=1&amp;border=1" target="_blank">Clicca qui per vedere il video in HD</a></p>
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		<title>L&#8217;innovatore? E&#8217; un ribelle, uno che non rispetta l&#8217;autorità</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:01:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L’innovatore è un ribelle, è uno che non rispetta l’autorità. Può piacere o non  piacere, ma è così e questo va detto”. Parla Paolo Dario, uno dei più noti robotici  italiani, professore di robotica biomedica alla Scuola Sant’Anna di Pisa e  presso la Waseda University di  Tokio, le due Università che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-129" style="margin: 5px 10px;" title="Paolo Dario" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/paolo-dario.jpg" alt="Paolo Dario" width="250" height="228" />“<em>L’innovatore è un ribelle, è uno che non rispetta l’autorità. Può piacere o non  piacere, ma è così e questo va detto</em>”. Parla <strong>Paolo Dario</strong>, uno dei più noti robotici  italiani, professore di robotica biomedica alla Scuola Sant’Anna di Pisa e  presso la <a href="http://www.waseda.jp/top/index-e.html">Waseda University di  Tokio</a>, le due Università che nel 2008 hanno collaborato per stabilire il nuovo record mondiale di trasmissione ottica senza fili: 1.2 Terabit/s. Paolo Dario è stato a Praga per la <a href="http://ec.europa.eu/information_society/events/fet/2009/index_en.htm">conferenza  FET (Aprile 2009): Future and Emerging Technologies</a>, evento organizzato dalla Commissione Europea che lancerà a partire dal 2013 due FET flagship, programmi di durata decennale e di finanziamento dell’ordine di 500 milioni di euro all’anno. La Commissione ha finanziato la ricerca multidisciplinare sulle tecnologie informatiche del futuro, nell&#8217;ambito del suo programma generale di ricerca, per un totale di 1285 milioni di euro dal 1994.</p>
<blockquote><p><strong>Paolo Dario è lui  stesso un ribelle e ritiene che questa ribellione debba essere organizzata e  strutturata.</strong></p>
<p>“L’innovazione la fanno gli innovatori, non le macchine. Il  problema è come educare gli innovatori”. FET  è l’ambito dove &#8211; ritiene Dario &#8211;  meglio si trovano e ricorda che ben tre scienziati che hanno operato in progetti  in ambito FET hanno vinto il Premio Nobel per la fisica, conferito nel 2007 a  Albert Fert (Francia) e Peter Grünberg (Germania) e nel 2005 a Theodor Hänsch  (Germania).</p>
<p>Secondo Dario la figura dell’ingegnere dovrebbe essere  considerata non più come quella di un progettista e manager, ma come un  inventore e imprenditore. Sarebbe un cambio di paradigma totale. L’industria è  piena di innovatori, ma i manager dovrebbero lasciare spazio all’innovazione a  basso livello. “In Italia la moda e la piccola industria sono dei modelli  interessantissimi di innovazione continua e sono una fucina di nuove capacità”.  Il non accontentarsi e l’inquietudine del non star bene al mondo in cui si vive  sono i motori che muovono chi guarda al futuro.</p>
<p>“In Italia ci sono  tantissimi innovatori, ma fino a quando non si capirà che la meritocrazia è un  concetto basilare, il nostro destino resta quello di essere un Paese cameriere  degli altri e  porteremo i vassoi davanti alle opere create con merito dai  nostri padri”.</p>
<p>Dopo l’ubriacatura di finanza allegra è necessario  tornare alle basi che sono: il saper fare e i principi etici. Una nuova visione  scientifica in cui si cerchi di esplorare frontiere tenendo presenti e premiando  di fatto i talenti, dovunque essi siano: giovani, donne, anziani. Tutti insieme.</p>
<p><strong>Con Internet non ci sono più talenti nascosti perché oramai si è messi a  nudo. Anche i ragazzi possono scoprire quali sono i maestri più adatti.</strong> Si  devono rompere le barriere tradizionali e aprire nuove strade dove le industrie  con orizzonti temporali più brevi potranno trovare i fondi per abbeverarsi e  trovare quello di cui hanno bisogno per crescere.</p>
<p>Il problema grosso oggi  è che le idee che nascono dalla piccola officina non hanno più spazio perché il  mondo è pieno di idee, quindi occorre l’innovazione di alto livello basata sulla  conoscenza scientifica. “Siamo un paese pieno di cattivi maestri in tutti i  settori e i ragazzi devono stare attenti. I Lucignolo della situazione fomentano  e incoraggiano la mente improduttiva o non sono capaci di indicare soluzioni  produttive e costruttive. Questi personaggi andrebbero evitati  accuratamente”.</p>
<p>La sfida vera per il Paese è produrre tanti innovatori  che sono principalmente i dottori di ricerca e l’Italia è un paese che ne ha  paura per vari motivi: i professori universitari non hanno saputo per anni cosa  fosse il dottore di ricerca e spesso era un loro clone che sapeva tantissimo di  pochissimo. In questo modo si espone il dottorando a difficoltà gravissime per  trovare una collocazione. C’è bisogno di dottori con una visione ampia e che  possano trovare tantissimo mercato. Devono possedere le caratteristiche di cui  le industrie hanno bisogno. Non c’è bisogno di sotto-laureati per competere sul  mercato, ma di super-laureati. L’industria vuole persone brave, capaci,  competenti, ma anche con una visione esposta alla competizione internazionale.  “Ci sono decine e decine di giovani italiani stimatissimi che riscuotono  successo. Solo nel nostro laboratorio stiamo cercando 20 persone. I soldi  ci  sono nella ricerca e anche per le industrie”. Non ci sono le sovvenzioni e meno  male quando non sono veramente necessarie. Per chi vuole investire veramente,  per chi vuole innovare veramente, sia a livello nazionale che a livello europeo,  e per i giovani che hanno la determinazione, la capacità e l’ambizione di fare  bene, le opportunità ci sono, anche nel nostro Paese.</p>
<p><em>Fonte: Articolo di Giovanni De Paola apparso su Wired.it</em></p></blockquote>
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		<title>Fare nuova impresa nei periodi di crisi</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 06:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fare nuova impresa nei periodi di crisi. Tema arduo ma proviamo a svilupparlo. In tutti questi anni ho scritto centinaia di business plan, qualcosa avrò imparato? Chissà.
Ricevo continuamente telefonate di aspiranti imprenditori che mi chiedono consigli sulla loro idea imprenditoriale. Vediamo se riesco ad offrire a questi nuovi e coraggiosi neoimprenditori spunti per una autovalutazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-120" style="margin: 5px 10px;" title="Neoimprenditori" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/neoimprenditori.jpg" alt="Neoimprenditori" width="326" height="264" />Fare nuova impresa nei periodi di crisi. Tema arduo ma proviamo a svilupparlo. In tutti questi anni ho scritto centinaia di business plan, qualcosa avrò imparato? Chissà.<br />
Ricevo continuamente telefonate di aspiranti imprenditori che mi chiedono consigli sulla loro idea imprenditoriale. Vediamo se riesco ad offrire a questi nuovi e coraggiosi neoimprenditori spunti per una autovalutazione dei progetti.<br />
Prima di tutto, nelle richeste che ho ricevuto, si nota una forte tendenza a sottovalutare l&#8217;ambiente esterno in cui le neonate imprese si troveranno ad operare. I prossimi cinque anni non saranno facili e risentiranno pesantamente degli strascichi della grande crisi. Non si può continuare a coltivare una idea imprenditoriale così come è stata partorita prima del grande flop dell&#8217;economia mondiale. Occorre apportare aggiustamenti se non, addirittura, cambiare campo di azione ovvero prodotto e tipo di mercato.<br />
Quali sono i prodotti, beni o servizi che &#8220;vanno&#8221; in periodo di crisi? Sicuramente conviene preferire quei beni e servizi che si vendono alle persone piuttosto che alle imprese. Durante i periodi di crisi le imprese riducono drasticamente le spese mentre le persone diventano protagoniste assolute. Certo, lo sono sempre, ma quando c&#8217;è incertezza, sfiducia e le risorse economiche scarseggiano i fattori umani e psicologici diventano ancor più decisivi. Nel comportamento di acquisto dominano scelte che riguardano la cura della persona e, in particolare, tutti quei bisogni che appartengono alla sfera dell&#8217;autorealizzazione e, in qualche modo, leniscono l&#8217;incertezza, ci aiutano a scacciare le ombre del mondo esterno, influendo positivamente sul nostra psiche. Non c&#8217;è crisi che ci possa indurre a rinunciare all&#8217;acquisto di un bene o di un servizio necessario per la nostra più piena autorealizzazione. Provate ad osservare i prodotti che si continuano a vendere bene anche in questo periodo&#8230; Ottimo sistema per valutare se il nostro bene o servizio può sfondare o&#8230; sprofondare.<br />
Un&#8217;altra importante considerazione riguarda il tipo di consumatori da mettere nel nostro mirino. Meglio puntare su lavoratori dipendenti e, se possibile, con posto fisso. Esempio: gli impiegati della pubblica amministrazione. Non citiamo le persone facoltose perché queste ovviamente sono sempre presenti tra i nostri potenziali clienti anche nei periodi più neri di crisi.<br />
Giunti a questo punto del mio post chissà quanti aspiranti imprenditori avranno tratto &#8220;tristi&#8221; conclusioni sul proprio progetto d&#8217;impresa.<br />
Mai scoraggiarsi! Anche quei prodotti che sono destinati alle imprese oppure a persone con profilo diverso da quello qui descritto possono essere venduti &#8220;aggiustando&#8221; il tiro e facendo leva sullo stesso fattore psicologico dell&#8217;autorealizzazione.<br />
Le mie sono considerazioni generali ma visto che per &#8220;fare affari&#8221; occorre avere una massa critica di consumatori meglio rispondere per bene alla domanda: qual è il nostro <em>target</em>? Con la risposta a questa domanda possiamo cominciare a lavorare al piano di marketing.<br />
Nel prossimo post vedremo (forse&#8230; Ricordate? Siamo in tempi caratterizzati da grande incertezza&#8230;) come si può fare ed attuare un piano di marketing in tempi di crisi, soprattutto se si hanno pochi mezzi e siamo neoimprenditori.</p>
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		<title>La collaborazione di massa cambierà il mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 07:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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“L’elezione di Obama rappresenta solo l’inizio di un più vasto processo  di cambiamento della democrazia e dell’economia mondiale“: è il potere  della wikinomics, la collaborazione di massa estesa ad una  prospettiva globale e supportata dalle tecnologie open source, in grado di  creare i presupposti per modificare la realtà economica e sociale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-110 alignleft" style="margin: 5px 7px;" title="Don Tapscott" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/don-tapscott.jpg" alt="Don Tapscott" width="300" height="196" /></p>
<p>“<em>L’elezione di Obama rappresenta solo l’inizio di un più vasto processo  di cambiamento della democrazia e dell’economia mondiale</em>“: è il potere  della <a href="http://www.wikinomics.com/blog/" target="_blank">wikinomics</a>, la collaborazione di massa estesa ad una  prospettiva globale e supportata dalle tecnologie open source, in grado di  creare i presupposti per modificare la realtà economica e sociale del nostro  mondo.A parlarne, nel corso di un incontro organizzato  ieri a Milano dalla <a href="http://www.rulingcompanies.org/" target="_blank">The Ruling Companies Association</a> è stato <strong>Don  Tapscott</strong>, uno dei saggi della Rete che, oltre che autore di saggi di  fondamentale importanza per la cultura digitale quali <a href="http://www.growingupdigital.com/" target="_blank">Growing up  Digital</a>, da anni studia l’impatto dell’Information Technology sui processi  di innovazione. Ed è proprio di innovazione che si tratta: le potenzialità della  wikinomics come forma di collaborazione, sia essa attuata su processi produttivi  reali o sulla realizzazione di contenuti editoriali o creativi, si basano sulla  collaborazione massiccia e diffusa di individuali che si riuniscono in genere  sfruttando la Rete per lavorare al conseguimento di un determinato obiettivo,  per la produzione di un bene  o per risolvere un determinato problema. E lo  fanno con costi più contenuti e con maggior efficacia di quanto sia accaduto  finora nella storia economica dell’essere umano.</p>
<p>“<em>Ci sono quattro elementi che in maniera consequenziale concorrono a  determinare questo cambiamento rivoluzionario</em>” spiega Tappscott dal palco  dell’Hotel Principi di Savoia di Milano. “<em>Il <strong>mutamento tecnologico  del web</strong>, che da sistema di presentazione è diventato una piattaforma di  collaborazione e l’avvento di una <strong>generazione di digital  native</strong>, che considerano Internet parte del contesto con il quale sono  cresciuti, hanno portato all’emergere di una necessità di <strong>spazi per  autorganizzarsi </strong>e collaborare ed infine ad una vera e propria  <strong>rivoluzione economica</strong>, con centinaia di esperienze di successo  di aziende che collaborano in maniera libera, e vincente, nella produzione di  beni senza essere riunite in mastodontiche corporation</em>“.</p>
<p>Gli effetti positivi della wikinomics sarebbero quindi la creazione di un  modello economico diffuso, non gerarchico ma paritario, decentrato e flessibile,  in grado di rispondere in maniera veloce ed efficiente ai cambiamenti del  mercato. Questa nuova “cultura della collaborazione”, alla quale secondo  Tapscott le aziende dovrebbero cominciare ad aderire aprendosi maggiormente nei  confronti della collaborazione diffusa e realizzando sistemi collaborativi  grazie ai quali affrontare (e risolvere) problematiche strategiche per il  proprio business, consentirà alle nuove generazioni di raccogliere l’enorme  potenzialità di talento e di capacità tecniche per migliorare il mondo mondo in  cui viviamo.<br />
Partendo dalle imprese per arrivare alle istituzioni, siano esse  i governi o i nuclei famigliari.<br />
<em><br />
Fonte: Davide Turi, moltomedia.it</em><a href="http://moltomedia.it/" target="_blank"><br />
</a></p>
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		<title>Come costruire la possibile Silicon Valley italiana</title>
		<link>http://www.strategiedisviluppo.it/2009/09/09/come-costruire-la-possibile-silicon-valley-italiana/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 13:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo di Fabrizio Capobianco, fondatore e Ceo di Funambol, apparso su &#8220;Innovazione&#8221;, pubblicazione a cura del Polo tecnologico di Navacchio.
Io vivo di innovazione. Ho creato una start up che produce software per telefoni cellulari, scaricato da più di tre milioni di persone in ogni angolo del pianeta. Software pensato e prodotto in Italia, nel centro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-119" style="margin: 5px 10px;" title="Fabrizio Capobianco" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/fabrizio-capobianco_funambo.jpg" alt="Fabrizio Capobianco" width="267" height="248" />Articolo di <strong>Fabrizio Capobianco</strong>, fondatore e Ceo di <strong>Funambol</strong>, apparso su &#8220;Innovazione&#8221;, pubblicazione a cura del Polo tecnologico di Navacchio.</p>
<blockquote><p>Io vivo di innovazione. Ho creato una start up che produce software per telefoni cellulari, scaricato da più di tre milioni di persone in ogni angolo del pianeta. Software pensato e prodotto in Italia, nel centro di ricerca e sviluppo Funambol a Pavia, dai migliori ingegneri al mondo.</p>
<p>Fin qui, nulla di strano, forse. La cosa singolare è che Funambol ha il suo quartier generale in Silicon Valley, dove vivo. I capitali sono americani, ma l’innovazione è tutta italiana. Capitali americani e cervelli italiani.</p>
<p>La mia tesi è che l’Italia abbia tutte le potenzialità per essere un centro di eccellenza mondiale per lo sviluppo del software. Il software è un puro prodotto dell’ingegno, della capacità creativa. Così come siamo leader al mondo in settori in cui domina la creatività, quali l&#8217;architettura e la produzione artistica in genere, ma anche l&#8217;alta moda, l&#8217;arredamento, la cucina, così possiamo esserlo anche per l’high tech.</p>
<p>Il problema è che in Italia mancano ancora alcuni tasselli necessari alla creazione di una Silicon Valley tricolore. In primis, i capitali di ventura sono pochi. Io ho raccolto 25 milioni di dollari negli Stati Uniti. In Italia è impensabile. Perché manca la cultura dell&#8217; exit: un venture capital investe per veder rientrare l’investimento entro cinque anni, con gli interessi. Siccome le aziende in Italia non si vendono e non c’è un mercato azionario pubblico come il Nasdaq, ne deriva che non ci siano exit e il modello non possa funzionare. Il problema è culturale: gli italiani non vendono le proprie aziende. Non si vende, nel caso migliore si è comprati perché da soli non si riusciva ad aver successo. In Silicon Valley nessuno vuol fare la stessa cosa per più di cinque anni, perché si annoia. Invece si crea innovazione, la si vende a una grande azienda (che da sola fa fatica a innovare), si diventa ricchi e si riparte con un’altra start up. Chi vende a un buon prezzo è un grande. Non uno che non è riuscito a sfondare. I venture capital non prosperano in un mercato dove non circola liquidità.</p>
<p>Il secondo elemento è di nuovo culturale: il fallimento è inaccettabile in Italia. Chi fallisce viene marchiato per sempre. Chi non rischia non può fallire: perché rischiare, allora? Non è un problema banale, è un macigno. Un investitore in Silicon Valley investe più volentieri su un imprenditore che è fallito due volte, rispetto a uno che non ci ha mai provato. Il fallimento fa parte del gioco del rischio. I venture capital investono in dieci aziende, confidando che tre abbiano una exit ragionevole, una &#8216;faccia il botto&#8217; e le altre falliscano. E’ naturale. Non c’è niente di male, fa parte di un processo di selezione darwiniano. Si parla di capitali di rischio perché si rischia. Entrambi, investitori e imprenditori.<span id="more-93"></span></p>
<p>L’ultimo ostacolo, di nuovo culturale, è legato all’immagine dello sviluppatore di software, che io chiamo software designer. Nella patria della creatività, i designer di abiti, di arredi, di edifici, sono considerati artisti. Hanno un’immagine sociale importante. Sono stimati, e a volte perfino riveriti. I programmatori no, sono operai metalmeccanici, non creativi o innovatori. La professione non è considerata come dovrebbe, portando ingegneri bravissimi a scegliere la consulenza alle grandi aziende, invece del lavoro d&#8217;inventiva e originale. E’ un grande errore, da correggere. I software designer sono artisti.</p>
<p>Come si cambia una cultura che manca di tasselli fondamentali alla creazione di aziende globali high-tech? Dimostrando che si può fare. Che l’Italia può produrre software di qualità ed esportarlo nel mondo. Dobbiamo creare delle storie di successo, che i nostri giovani possano ammirare e cercare di imitare. Oggi chi si laurea negli Stati Uniti ambisce a essere il prossimo Sergey Brin o Larry Page (i miliardari fondatori di Google) o Zuckerberg (giovanissimo fondatore di Facebook). Da noi questi modelli non ci sono, perché mancano le condizioni per creare aziende globali. Abbiamo tutto quello che ci serve per creare software di successo, manca l’ambiente giusto dove vendere il software e le aziende.</p>
<p>Quell’ambiente si chiama Silicon Valley. Qui ci sono i capitali. Qui il fallimento fa parte del gioco. Qui le exit sono all’ordine del giorno. C’è chi compra innovazione e chi la vende. La start up la creano altrove (in India, in Cina, in Israele) e la vendono qui. L’innovazione in Italia, il capitale e la exit in America (che sia vendere l’azienda o andare in Borsa). Un approccio pratico all’innovazione.</p>
<p>La creazione di una Silicon Valley Italiana non può prescindere da storie di successo. Dobbiamo dimostrare al mondo che l’Italia può essere un centro di eccellenza mondiale per l’high tech. Lo stiamo dimostrando con Funambol e la sua comunità open source. Che il nostro software italiano sia di altissima qualità e di successo è fuori di dubbio. L’open source è un ambiente feroce, solo un software eccellente può diventare il più grande progetto al mondo nel wireless. Abbiamo già dimostrato che i nostri ingegneri sono tra i più bravi al mondo.</p>
<p>Per questo mi sono impegnato nello sforzo di moltiplicare il modello Funambol. In Silicon Valley ho creato un Gymnasium, una palestra per imparare a fare i &#8216;funamboli&#8217;. Un luogo fisico, ospitato dentro una specie di incubatore dove amministratori delegati di aziende high tech italiane si trasferiscono, mantenendo la ricerca e lo sviluppo in Italia.</p>
<p>Il Mind the Bridge Gymnasium è uno delle due componenti della fondazione Mind the Bridge, di cui sono un board member. L’altra è la &#8216;business plan competition&#8217;, una competizione annuale che consente alle migliori start up italiane di venire in Silicon Valley, assorbire la cultura, imparare a presentare un business plan ai venture capital locali, per poi accedere al Gymnasium. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito <a href="http://www.mindthebridge.org/" target="_blank">www.mindthebridge.org</a>.</p>
<p>L’approccio è molto pratico e concreto: in Italia sappiamo fare innovazione di grande livello. Esportarla è difficile. Il mio suggerimento è che sia meglio esportare il quartier generale in Silicon Valley e da lì distribuire la tecnologia in tutto il mondo, assorbendo capitali e mirando a exit di breve o medio termine.</p>
<p>Questo è il primo passo verso una Silicon Valley Italiana. Una volta dimostrato al mondo e a noi stessi che si può fare, gli investitori di tutto il mondo verranno a cercare le start up italiane, stimolando un sistema di venture capital in Italia. Si parte con le storie di successo, si cambia la mentalità, si attirano capitali, e si crea una Silicon Valley in Italia. E’ successo in Israele, può succedere in Italia.</p>
<p>Non sono trasformazioni che avvengono in un mese o in un anno, ma sono ottimista succederà, se manteniamo un approccio pratico e positivo.</p></blockquote>
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		<title>Strategie aziendali in periodi di crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 07:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Strategie]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Prende il via la quarta edizione della Business School, la scuola di Direzione Aziendale promossa dalla Provincia di Siena con il contributo della Fondazione Monte dei Paschi. Otto gli appuntamenti per corsi appositamente dedicati a piccole e medie imprese.
Questo il primo appuntamento il 10 settembre con Andrea Lipparini, ordinario di Gestione dell’Innovazione all’Università di Bologna.
«La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="size-full wp-image-86 alignleft" style="margin: 5px;" title="businessschool250" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/businessschool250.gif" alt="businessschool250" width="250" height="248" />Prende il via la quarta edizione della Business School, la scuola di Direzione Aziendale promossa dalla Provincia di Siena con il contributo della Fondazione Monte dei Paschi. Otto gli appuntamenti per corsi appositamente dedicati a piccole e medie imprese.</strong><br />
Questo il primo appuntamento il 10 settembre con Andrea Lipparini, ordinario di Gestione dell’Innovazione all’Università di Bologna.</em></p>
<p><strong>«La strategia aziendale in periodi di incertezza»</strong> è il titolo del primo incontro della Business School. Prende il via così la quarta edizione della scuola di direzione aziendale che offre opportunità di formazione appositamente dedicate a piccole e medie imprese.<span id="more-87"></span></p>
<p><strong>Il prossimo 10 settembre</strong>, primo appuntamento con l’obiettivo di portare i partecipanti a riflettere sulle proprie risorse non utilizzate  e sull’urgenza di una razionalizzazione nel proprio repertorio di conoscenze e capacità per affrontare i periodi di crisi, come quello che stiamo vivendo.<br />
La Business School è promossa da <strong>Provincia di Siena</strong> e <strong>Agenzia Provinciale dello Sviluppo Locale</strong> con il contributo della <strong>Fondazione Monte dei Paschi</strong>, realizzata con la collaborazione <strong>di Eurobic Toscana Sud</strong>.</p>
<p><strong>Individuare le strategie aziendali migliori </strong>per attraversare il periodo di crisi. Motivare i collaboratori, valorizzare il made in Italy e la piccola impresa sono alcuni dei temi portanti della quarta edizione. 8 sono gli appuntamenti che si terranno tutti presso la sede di <strong>Eurobic</strong>, a Poggibonsi, Siena, a partire da settembre fino a dicembre 2009.</p>
<p><strong>Altra finalità del corso «La strategia aziendale in periodi di incertezza»</strong>, che si svolgerà su due giorni, <strong>10 settembre e 24 settembre</strong>, è quella di sviluppare una riflessione sugli ingredienti fondamentali di un’azione imprenditoriale ispirata alla tolleranza zero vero spreco e non uso della risorsa più importante delle organizzazioni: la conoscenza. Infine, con l’uso di esempi tratti dal mondo delle imprese virtuose, la lezione vuole individuare buone prassi  da portare in azienda in tempi brevi e costi accettabili. Tra le materie di «studio» ci saranno l’analisi del mercato e dei concorrenti in condizioni di incertezza, gli ingredienti dell’iper-competizione, i fattori critici del successo e la mappatura del sistema del valore allargato, il ruolo della tecnologia e dell’innovazione nei periodi di crisi. Saranno effettuati anche specifici case study sulla valorizzazione del capitale umano, intellettuale e relazionale.</p>
<p><strong>Il corso sarà tenuto da Andrea Lipparini</strong>, professore di Gestione dell’Innovazione presso l’Università di Bologna, attualmente consigliere di amministrazione di Air Dolomiti –Lufthansa e membro dei comitati scientifici di Cavour Corporate Finance, Cna Innovazione, Osservatorio Asia. Svolge attività di ricerca sui temi della strategie del business, delle reti di imprese e delle competenze organizzative dello sviluppo.</p>
<p><strong>I corsi prendeono il via il mattino alle 9.30</strong> per interrompersi alle 13.30 e riprendere alle14.30 fino alle 17. Per iscriveri e partecipare è necessario compilare la domanda di partecipazione, che è possibile recuperare presso <strong>Eurobic</strong> in Loc. Salceto e nel sito <a href="http://www.bictoscanasud.it"><strong>www.bictoscanasud.it</strong></a>, ed inviarla a Eurobic Toscana Sud, Loc Salceto, Poggibonsi Siena.<br />
<strong><br />
Per informazioni è possibile</strong> anche telefonare allo 0577/99501, visitare il sito o mandare una mail a <strong><script type="text/javascript"></script><a href="mailto:business.school@bicoscanasud.it">business.school@bicoscanasud.it</a><script type="text/javascript"></script> <span style="DISPLAY: none">Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.<script type="text/javascript"></script> </span></strong>, o visitare il sito di APSLO <a href="http://www.apslo.it"><strong>www.apslo.it</strong></a></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.sienafree.it">www.sienafree.it</a></p>
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		<title>Unicredit per le imprese che rischiano la chiusura</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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Da un articolo di Antonio Signorini apparso su IlGiornale.it -
Roma &#8211; Allungamento dei piani di ammortamento fino a 5 anni, finanziamenti personali per gli imprenditori in difficoltà, prestiti e misure per sostenere esigenze di cassa. Dopo la «boccata di ossigeno» della moratoria dei debiti per le Pmi voluta dal ministro Tremonti, Unicredit ha firmato con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-83" title="Alessandro Profumo" src="http://www.strategiedisviluppo.it/wp-content/uploads/2009/09/profumo.jpg" alt="Alessandro Profumo" width="350" height="233" /></p>
<p>Da un articolo di <strong>Antonio Signorini</strong> apparso su <strong>IlGiornale.it</strong> -</p>
<blockquote><p>Roma &#8211; Allungamento dei piani di ammortamento fino a 5 anni, finanziamenti personali per gli imprenditori in difficoltà, prestiti e misure per sostenere esigenze di cassa. Dopo la «boccata di ossigeno» della moratoria dei debiti per le Pmi voluta dal ministro <strong>Tremonti</strong>, <strong>Unicredit</strong> ha firmato con quattro delle organizzazioni più rappresentative dell’artigianato e del commercio, l’intesa per realizzare un’altra iniziativa, questa volta destinata a 10mila imprese piccolissime. Quasi tutte sotto i 20 dipendenti, ha spiegato Roberto Nicastro, deputy ceo dell’istituto bancario. Si chiama «Sos Impresa Italia» perché è destinata alle aziende che rischiano la chiusura.<br />
«Se nella prima parte dell’anno il sistema economico aveva oltre 40 di febbre, adesso è in miglioramento ma non è ancora sfebbrato. L’operazione &#8211; ha aggiunto Nicastro &#8211; alla fine avrà una cubatura non lontana da un miliardo di euro».</p></blockquote>
<p>Nello stesso articolo&#8230;</p>
<blockquote><p>L’idea è quella di superare certe rigidità e automatismi che in tempi di crisi rischiano di strozzare le imprese. «La procedura di accesso al progetto sarà molto snella e va a rimuovere le rigidità di Basilea 2 &#8211; ha spiegato Guerrini -. Bisogna dimostrare che il credito alle piccole imprese è soffocato da questi regolamenti così rigidi e da questa burocrazia. <strong>Bisogna dare ossigeno all’impresa vera, all’impresa radicata nel territorio, a quelle oltre 4 milioni e mezzo di imprese italiane che sviluppano la propria attività e danno lavoro agli italiani</strong>».<br />
L’intesa prevede nel dettaglio gli interventi. Per quanto riguarda l’allungamento dei piani di ammortamento, possono arrivare fino a 5 anni rispetto alla durata originaria. È previsto anche l’accodamento alla fine del piano delle quote arretrate non pagate. Possibile, poi, sospendere per 12 mesi il pagamento delle rate per la quota capitale sostituite con rate di soli interessi. Poi mutui ipotecari concessi a titolo personale agli imprenditori; il consolidamento di passività a breve termine e prestiti partecipativi per rafforzare la situazione patrimoniale dell’azienda. Infine l’allungamento a 270 giorni della scadenze del credito a breve per sostenere le esigenze di cassa.</p></blockquote>
<p><em>Viene da chiedersi: ma non era meglio evitare di portarle sull&#8217;orlo del fallimento tante piccole imprese con gli assurdi criteri di Basilea 2? Invece di evitare il naufragio preferiamo lanciare salvagenti e scialuppe di salvataggio.</em></p>
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